L’imbarazzo in un libro

Trovo affascinanti i mercatini dell’antiquariato. I resti di una vita che vengono riciclati in altre vite: quello che era ciarpame per qualcuno, è proprioquellochestavocercando per qualcun altro. Puoi rifarti l’arredamento – il guardaroba? orrore – la libreria, perfino la macchina – più facilmente la bicicletta. Però, ecco, i libri: ne capitano di ogni. Perché la parte più ordinaria consiste nel trovare quello che non stampano più, l’edizione limitata, il tomo raro e prezioso che altrove pagheresti una fortuna. Ma c’è tutta un’altra razza di libri – per non parlare di cartoline e fotografie – che rischia di essere la più pericolosa e io non riesco proprio ad averci a che fare. Sono i libri parlanti.

Non hanno lingua e denti – rientrerebbero nella categoria degli oggetti rari e preziosi – ma recano tracce dei loro proprietari. Mi mettono a disagio, quasi in imbarazzo. Per esempio, mentre sfogli le pagine, ti scivola nel palmo un porta-fototessera: e dentro ci sono le immagini di un bambino vintage e un ragazzo moderno. Chi sono? Lo stesso uomo da piccolo – formato ricordo – e da adulto – formato patente? Il disagio di avere in mano la vita di un altro è insopportabile, o forse è solo il fastidio di non poterne venire a capo, ma rimetto velocemente tutto al suo posto e il libro torna nell’anonimato della catasta in cui stavo rovistando. Passo oltre, con un sospiro di sollievo e ormai rinfrancato, apro un’altra copertina: “A [Tizia], nella speranza che leggendo queste pagine possa conoscermi un po’ meglio, [firmato]”. Immagino che una frase del genere la dovrebbe scrivere l’autore del libro: ma in fondo abbiamo tutti un testo nel quale abbiamo immaginato di trovare noi stessi e forse l’anonimo dedicatore voleva usare lo stesso mezzo per rivelarsi alla propria amata. Invece chiudo la copertina e trovo in cima lo stesso nome della firma. Che ora non ricordo. Perché l’ho subito richiuso e ficcato nella catasta.

Adesso me ne pento, magari era uno famoso – beata ignoranza. E la ragazza chi era? Di quel libro conservo solo l’impressione di un’edizione locale, quello che oggi potrebbe essere un prodotto di selfpublishing. Ma chissà. Forse il mese prossimo tornerò a scavare di nuovo in mezzo alle vite altrui, stavolta senza pudore, e magari lo ritrovo. E magari vado a fondo in questa storia.

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3 Commenti on "L’imbarazzo in un libro"

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Mike
Ospite

Anche senza “magari”. Lo scrittore dovrebbe essere curioso di natura, un ficcanaso delle vite altrui. O no?

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[…] torna in mente quanto ho già scritto (e che adesso ti vai a rileggere, clicca, grazie), sull’imbarazzo di trovare nei libri tracce degli altri, emozioni private, frammenti […]