Padre Alberto

Aneddoto: durante il processo che lo vedeva imputato per oltraggio alla morale, Flaubert affermò “Bovary c’est moi!”.

Un altro aneddoto.

“Pronto, padre Alberto?” La prima volta che il mio avatar ha sentito la voce di questa signora è stato circa dieci anni fa. Non aveva un particolare accento, se non l’intonazione di chi è abituato a borbottare senza contraddittorio.

“Signora, guardi, mi scusi sa, forse ha sbagliato numero…” fece il mio avatar.

“Passami padre Alberto” lo incalzò la signora.

Lui, che – poverino – la pazienza la perde in un attimo, ma lo dissimula bene, rispose: “Guardi, qui non c’è nessun padre Alberto, ma se mi dice che numero cercava, magari verifichiamo se c’è stato un errore…”.

E così andò avanti per due o tre volte, nell’arco di un mese. Sì, appunto: quella non mollava, ogni volta bofonchiava e chiudeva, ma poi richiamava, non si dava pace.

Finché un pomeriggio: “Signora, guardi, non so come dirglielo, questo non è il numero di padre Alberto”.

“Tu a me non mi freghi, passami padre Alberto”.

E lì, la cosa più vicina allo sbottare di cui fu capace: “Signora, qua non c’è nessun Alberto, questo è il mio numero da dieci anni, se gliel’hanno dato sbagliato non è colpa mia”. Cornetta chiusa in faccia: la signora a lui, mica il contrario – che poverino non ha cuore di fare certi sgarbi. Nel frattempo, almeno, si era fatto furbo per una cosa: verificare il prefisso del chiamante. La scassacornetta chiamava da Frosinone.

Da allora il telefono squilla, a distanza di anche di mesi, e una voce (ora di anziana, ora di giovane) chiede: “C’è padre Alberto?”

Questa non è fantasia, è la verità. E con qualche modifica è diventata anche una fantasia, parte delle disavventure di Carmelo, nella ricerca dei quadri della Madonna che devono salvare Palermo.

 

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