David Foster Wallace David Foster Wallace David Foster Wallace

   Ho appena finito di scrivere l’articolo precedente, sono lì che mi dico “Ah, Russello, che piacevole scoperta, quanto mi sono piaciute le sue pagine” (ovviamente ho ingentilito la prosa, nella mia testa penso in maniera molto più scomposta), insomma mi cade l’occhio sulla “tag cloud” del sito e non trovo la parola “Wallace”. Oibò. Insomma, Sciascia c’è, l’ho citato in diversi articoli, tiro un sospiro di sollievo. Ma David Foster? Assente. La funzione “cerca” del sito mi conferma che gli ho dedicato un solo pezzo. Ora, non so se il titolo di questo articolo servirà a portare Wallace in cima alla tag cloud, ma devo comunque parlare di lui, perché è uno dei contemporanei che mi è piaciuto di più. Ho letto alcune raccolte di racconti e adesso mi guardo in cagnesco col megatomo di “Infinite Jest”, l’opera che lo ha consacrato. Dicono tutti che sia difficile da leggere, perché non ha una struttura unitaria che ti porti da pagina uno a pagina milleequalcosa, ma lo leggerò. Ogni volta che giro lo sguardo verso di lui, però, c’è Proust che mi tira un orecchio e mi fa vedere gli ultimi due tomi della Recherche, al pit-stop da un anno e più. Che vuoi, Marcellino, porta pazienza: anche tu scrivi bene, ma non devo parlare di struggimenti di inizio Novecento, preferisco restare nel mio tempo. Perduto quanto vuoi, ma mio. Sì, è vero, i tuoi temi universali sono senza tempo, ma… insomma, non insistere, ci becchiamo più avanti: ti chiamo io.

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