Voce narrante

Non è mica una cosa secondaria, è fondamentale. Mi trovo a mio agio con la prima persona, non necessariamente quella dell’autore, anche quella di un personaggio: in “Epopea di un ateo pop” (già Bab al Sifà) era Carmelo, il protagonista. Nella Casa delle Cicale era una terza onnisciente: lo Spirito Santo.

Ok, non storcere il naso, ho usato il tempo imperfetto, non è più quello il narratore. Avevo comunque optato per una terza, ma impersonale: ed erano tornati i problemi della prima versione della storia – molto diversa dall’attuale – i problemi che mi trascino dietro come zombie dal lontano 2008. Sì, hai capito bene: all’epoca era tutto in mano ad un mio fratellastro, Alessio Stern, pace all’anima sua. Comunque, fatto sta che nemmeno questa impostazione funzionava. Così ho pensato a un personaggio, un cane, già parte del racconto: ma una delle prime cose che ti insegnano è a fare attenzione al punto di vista dei personaggi, perché un personaggio non può essere ovunque e sapere tutto di tutti. Se non volevo rimettere profondamente mano a quanto già scritto, dovevo tornare ad un onnisciente: bocciato lo Spirito Santo – non aveva senso – mi sono rivolto ad una divinità pagana, il Genio di Palermo, il genius loci. Chi meglio di lui era titolato a parlare di una storia che ha stravolto la propria terra? Così ho cominciato e… due palle mostruose. Troppo pesante, retorico, polveroso. Una prosa che non mi rappresentava. Come dice il detto? Se vuoi una cosa fatta bene…

Così ho deciso che sarà l’autore a parlare, me medesimo, che tutto conosce e tutto sa senza bisogno di spiegare perché e percome, e può alleggerire alla bisogna il tono del racconto. E a proposito di letture che ispirano, finito Attilio Veraldi, torno a pagina 1 a riscrivere i capitoli già fatti, per aggiungere un po’ di cliffhanger alla storia, così che le prime venti pagine siano già una bomba. Anche grazie alla mia voce narrante.

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