Resa per metro

Festeggio la giornata dei lavoratori rivendicando le fatiche degli scrittori. Un lavoro improbo – che significa di merda -, fatto della semina di chilometri di parole, di cui poi raccogli una minima parte. Perché questa è la fregatura: più vado avanti, più mi accordo che bisogna scrivere un bordello già prima di cominciare a scrivere – il romanzo in sé, intendo.

Qual è la resa per metro? Per ogni metro di parole che finiranno sulla pagina stampata, quante ne ho dovute scrivere per preparare, abbozzare, revisionare, estrarre, asciugare, rifinire, e infine pubblicare? Mi sa che la resa della parola è inferiore a quella dell’uva. Che è del 70% circa: cioè con 700 chilogrammi di uva ci fai circa 70 litri di vino. Almeno stando a questo articolo.

Quanto alle parole, non ho voglia di fare calcoli; se ne avessi avuta, avrei fatto il matematico. Invece ho scelto di scrivere: ossia di usare metri e metri di parole per lamentarmi dei chilometri e chilometri che devo produrre prima di ottenere le pagine. Un genio, nevvero?

Che poi, ancora non ho pubblicato nulla. Ma questa è un’altra storia. E per oggi ho finito le parole.

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