I Gonja sono un popolo del Ghana, che tramanda i propri miti con la tradizione orale. Mi fa pensare un po’ al gioco del telefono senza fili, sai cosa parte, non sai cosa arriva. Infatti… Seguimi un minuto, poi ti spiego.

C’erano una volta due studiosi, che avevano raccolto le tradizioni orali dei Gonja e le avevano confrontate con quelle documentate dagli inglesi all’inizio del XX secolo. Avevano scoperto, così, che uno dei miti era cambiato: questo perché nei sessant’anni che dividevano le due rilevazioni, era cambiato l’assetto del paese ed il mito si era adattato.

«I Gonja erano ancora in contatto con il loro passato, e dimostravano tenacia nel conservare questo contatto nei loro miti, ma la parte del passato che aveva perso rilevanza immediata per il presente era semplicemente scomparsa. Il presente imponeva la propria economia sulle rimembranze del passato»

Si insegna che scrivere significa riscrivere, quindi il lavoro di uno scrittore inizia quando ha già in mano un testo: altro che panico da pagina bianca! Il terrore è di fronte alla foresta di lettere da potare.

Tornando alla storiella dei Gonja: l’ho letta in “Oralità e scrittura” di Walter J. Ong. Che a quel proposito, precisava:

«I narratori abili variano deliberatamente le loro narrazioni in parte per civetteria e anche in parte perché la loro abilità consiste proprio nel sapersi adattare a nuovi ascoltatori e a nuove situazioni»

Quindi, se di tanto in tanto ti capita di rileggere un articolo o una pagina e provi  una strana sensazione di spaesamento, non temere, non sei pazzo. Cioè, o sei pazzo o stai leggendo un articolo che ho modificato.

Un testo si può sempre migliorare, per me è un esercizio (o una civetteria), per te una curiosità. Ti va bene? È una domanda retorica.